Praticare l'arte. Come può aiutarci?

08 Marzo 2017 Emozioni e identita'

Praticare l'arte. Come può aiutarci?

L'opera d'arte è nello stesso tempo unica, universale e insostituibile.

È unica perché esprime la visione del mondo di una persona unica e irripetibile, cioè l'artista. Questa unicità e anche la caratteristica che ci fa parlare di creatività e di originalità. L’arte è una rielaborazione personale e con strumenti e modalità personali della realtà, un’opera in cui l'individuo creatore esprime la sua privata visione del mondo, della realtà circostante e di se stesso nel mondo. Questa rielaborazione è diversa da quella di tutti gli altri nostri consimili e quindi è unica.

In secondo luogo l'opera dell'artista diventa grande quando, pur avendo esposto una personale e unica visione del mondo, essa tocca una grande quantità di persone che la ritengono “bella”, cioè ritengono che quell’opera d'arte "bella" esprima in qualche modo anche la loro visione del mondo. In tal modo l'arte si distingue per una seconda e ancor più straordinaria caratteristica, cioè per la sua universalità.

Com’è possibile che nello stesso tempo l'opera d'arte, pur essendo unica, sia fruibile da più persone, cioè molte persone la trovino bella, godibile come se fosse lo specchio della loro vita? Vediamolo fra un momento.

Ora oltre all'unicità e all'universalità come caratteristiche dell'arte, vogliamo sottolineare che l'arte è il mezzo per esprimere qualcosa che non è altrimenti dicibile. Se le parole riuscissero a raccontare ciò che noi proviamo, se riuscissero, le parole degli altri, a farci sperimentare quello che loro provano, allora dell'arte non ci sarebbe bisogno. L'arte è il modo che ha trovato l'uomo per raccontare molte delle cose che prova, che sente, ma per cui non bastano le parole. Perciò possiamo dire che l’arte comunica ciò che tecnicamente è indicibile.

Un'opera d'arte dunque è tanto più grande quanto più è unica (originale) e quanto più è universale (fruibile da un alto numero di persone). E in ogni caso, grande o limitata, essa non può essere sostituita da un'altra forma di comunicazione. È cioè anche insostituibile.

Proviamo a spiegare la complessità questo fenomeno.

Io credo che tutto ha origine dal momento in cui l'uomo ha inventato il linguaggio. Per sopravvivere l'uomo aveva bisogno di comunicare con i propri pari in maniera veloce e sicura e così ha cominciato a dare i nomi alle cose e alle azioni. Questi nomi hanno la caratteristica di essere astratti. La parola cavallo è una parola che fa riferimento ha un animale con quattro zampe, una criniera, erbivoro, ecc.. La parola cavallo si riferisce a tutti gli animali che noi intendiamo essere cavalli. E' precisa, ma è un'astrazione. Quando io penso invece ai cavalli di bronzo che stanno sulla Basilica di San Marco, o al cavallo dorato della statua di Marco Aurelio o ancora al cavallo che sta davanti alla sede della Rai a Piazza Mazzini, (e potremmo continuare citando i cavalli di Giacometti o il cavallo di Picasso in Guernica), allora intendo quel cavallo lì, quel cavallo che quell'artista ha immaginato con quelle caratteristiche, segno di eleganza, di forza, di potenza conquistatrice o di quasi umana sofferenza.

Dunque il linguaggio informativo (denotativo) è universale perché tende a indicare delle cose precise, a dare il nome alle azioni e ai progetti. Ma anche il linguaggio artistico (connotativo) è universale pur essendo un linguaggio di una sola persona, un linguaggio che attinge al vissuto di una sola identità. Come è possibile questo paradosso? È possibile perché anche il secondo linguaggio, quello artistico e creativo, attinge a un mondo che ci è comune, il mondo delle emozioni.

Prima che inventassimo il linguaggio nuotavamo in un mondo di relazioni e di emozioni. Il nostro contatto con gli altri e con la natura era immediato, istintivo, in una parola emotivo. Il linguaggio parlato ci ha fatto perdere questa naturale ed emotiva connessione col mondo e con gli altri. In poco tempo abbiamo perso l'innocenza e ci siamo ritrovati fuori del paradiso terrestre. Ma questa naturale e profonda connessione col mondo, con gli altri e con noi stessi la cerchiamo e la bramiamo in ogni momento. Uno dei modi di riprendere contatto con questo mondo primitivo e affascinante, che è il mondo delle emozioni, il mondo dell'età dell'oro, è l'arte. L'artista infatti attinge al vasto, inesplorato e indicibile mondo delle sue emozioni che è un mondo che ci è comune come specie, un mondo che abbiamo sviluppato in centinaia di migliaia di anni sia come primati che come homo sapiens.

Ciò di cui stiamo parlando è appunto questo: una gran parte della vita umana è una vita emotiva; questo è il motivo per cui cerchiamo l'arte, ci rifugiamo nell'arte, ci rilassiamo nell'arte.

Questo avviene in gran parte come fruitori dell'arte. Visitiamo i musei, ascoltiamo la musica, andiamo a teatro o al cinema, leggiamo romanzi e poesie, eccetera. Niente da dire su queste pratiche. Anzi se potessimo incrementarle coltiveremmo quella parte di noi che abbiamo un po' trascurato quando abbiamo cominciato ad usare il linguaggio denotativo. Ma c'è ancora un altro passo che forse è più importante del fruire l'arte, ed è praticare l'arte. Cioè fare teatro, scrivere poesie, suonare la musica, dipingere, scolpire, produrre filmati, eccetera. Praticare l'arte significa dare al nostro io un linguaggio nuovo, un modo di esprimersi alternativo a quello linguistico e scientifico. E se l'io si esprime allora si educa, cresce, diventa consapevole e fiducioso in se stesso, sente di produrre alternative al dolore e all'ansia, riconosce le sue emozioni e le plasma, crea attingendo da se stesso. E questa è una grande pratica educativa e riparativa.

L'arte è un'altra possibilità che abbiamo per raggiungere una moderata, seppur precaria, felicità o quantomeno una sostenibile infelicità.

Ciò che vogliamo fare con il nostro festival è quello di percorrere anche questa seconda strada; (oltre alla prima che abbiamo già illustrato e cioè la strada che passa attraverso il corpo; abbiamo infatti sperimentato il 24 febbraio, quando abbiamo incontrato la mindfulness ascoltando Marika Nuti, la possibilità di tenere la nostra mente ancorata al presente, la possibilità di controllare i pensieri allo scopo di controllare l'ansia e di diminuire il dolore. Ripeteremo queste esperienze durante il nostro festival di metà giugno).

Una strada che ci porta a praticare l'arte e a sperimentare nuovi linguaggi attraverso cui il nostro io profondo venga alla luce e si rafforzi. Un percorso che ci aiuti a dare il giusto alimento alla nostra identità affinché il dolore di vivere sia accettabile e si rafforzi la nostra speranza. Di questa seconda strada avremo un’illustrazione ed un assaggio il 24 marzo nell’incontro con il Prof. Vezio Ruggeri, illustre docente universitario, fondatore dell’arteterapia italiana ed amico del nostro festival. Ed ancor più la sperimenteremo durante il festival di giugno.

Articolo del prof. Giuseppe Musilli

 

Il Festival

Il Festival delle Emozioni è un’iniziativa culturale e di crescita sociale basata sul pensiero, ormai diffuso nella comunità scientifica mondiale, che le emozioni siano una parte preponderante della personalità individuale e sociale.

Sono le emozioni a guidare ed influenzare ogni scelta personale, sociale, politica ed educativa dell’individuo.

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Consorzio Turistico Terracina d'amare

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